Cache della notizia apparsa su Libero.it (ma anche sull'edizione cartacea) relativa alla bufala sulla proibizione del battesimo da parte della Corte Europea
Cache della notizia apparsa su Libero.it (ma anche sull'edizione cartacea) relativa alla bufala sulla proibizione del battesimo da parte della Corte Europea
“La Corte europea ci vieta di battezzare i nostri figli”, ha titolato Libero domenica scorsa in un articolo che riempiva oltre metà pagina e aveva anche gli onori della prima pagina (è era anche online qui).
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Peccato che sia una colossale bufala, inventata dal sito satirico Corriere del Mattino/Giornale del Corriere e alla quale la giornalista di Libero Caterina Maniaci e i suoi responsabili di redazione hanno abboccato in pieno, ingannando i lettori del giornale.
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E peccato che l'“approfondimento” sia copiato parola per parola dalla tanto disdegnata Wikipedia.
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Pazienza per i tanti internauti ingenui che hanno visto la “notizia”, inviata loro da qualche amico che non sa che il Corriere del Mattino/Giornale del Corriere è un sito satirico, e si sono sentiti in dovere di diffonderla ovunque tramite Facebook.
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Ma che ci caschi un giornale, dove in teoria le persone lavorano tutto il giorno con le notizie e per questo prendono uno stipendio, è una vergogna totale. Vuol dire che in quel giornale non si fa nessun controllo e si pubblica qualunque balla trovata su Internet, senza cercare conferme: infatti non c'è nessuna traccia della sentenza della Corte Europea dei Diritti Umani sul sito della Corte stessa e nessun giornale estero ne parla (come fa notare WakeupNews). Invece c'erano già, a portata di clic, la sbufalata pubblicata cinque giorni prima da Giornalettismo e quella di Bufale un Tanto al Chilo di sette giorni prima. Niente: la notizia-bufala si conforma alla linea editoriale (o ideologica) del giornale, e allora la si manda in stampa.
In una redazione degna di questo nome, chi venisse beccato a scopiazzare da Wikipedia e a pubblicare panzane senza controllarle e spendere almeno un nanosecondo su Internet a cercare e verificare l'origine della notizia verrebbe mandato a casa a calci nel sedere, per aver tradito la fiducia dei lettori e per aver rubato lo stipendio. Una testata giornalistica seria chiederebbe pubblicamente scusa ai lettori e si farebbe delle domande su come sia stato possibile un fallimento epico del genere. Un Ordine dei Giornalisti serio bastonerebbe chi rovina così la reputazione della categoria. Dei colleghi seri chiederebbero a Caterina Maniaci delle giustificazioni e i danni per aver gettato letame sul loro mestiere. Dei lettori seri inonderebbero la redazione di mail, telefonate e lettere di protesta e smetterebbero di comprare quel giornale. E invece si va avanti così. Complimenti a tutti. (via Allarme-bufala per Corte Europea che vieta i battesimi, giornalisti incompetenti abboccano | Il Disinformatico)
Grillo ha detto che la doppia sede del Parlamento Europeo costa 400 milioni l’anno (in realtà sono 200) e che un terzo del bilancio europeo è speso per traduzioni. Il bilancio del 2012, a essere precisi, è di 147 miliardi, e le traduzioni sono costate 330 milioni. Ha citato alcuni grattacieli in bambù che Renzo Piano avrebbe progettato in Australia, ma non esistono. Poi ha detto che la Francia ha un bilancio di 17 miliardi di euro inferiore al nostro. A essere precisi è di 300 miliardi superiore.
«L’agenda Monti, sottoscritta con voluttà dal pdmenoelle, prevedeva un solo punto: lo spread, ma lo spread non si mangia e soprattutto non dipende da Monti, ma dalle agenzie di rating internazionali», insomma «è una variabile indipendente dal governo».
È una falsità inaudita.
Lo spread risente delle scelte politiche economiche di un Paese e della situazione economica della zona euro. Le agenzie di rating esprimono i loro giudizi in base a proiezioni macroeconomiche e politiche.
Nel post «Il Diavolo veste Merkel», Grillo pone il nostro paese di fronte ad un’alternativa secca: ristrutturazione del debito oppure ritorno alla lira. Ma fa una serie di errori. Il più clamoroso è: «Solo così l’Italia tornerà a vedere la luce. Una prova? Usciti dallo Sme nel 1992, svalutata la lira di quasi il 20% e riguadagnata la sovranità monetaria, il rapporto debito/Pil scese dal 120% del 1992 al 103% del 2003».
La prova citata da Grillo è falsa.
La rapida discesa del nostro indebitamento non è coincisa con la svalutazione della lira, bensì con l’ingresso dell’Italia nell’unione monetaria, formalmente nel 1993 - Trattato di Maastricht - e poi sostanzialmente il primo gennaio 1999, dopo che il nostro governo riuscì a rispettare i parametri previsti dal Patto di Stabilità e Crescita del 1997 adottato al Consiglio europeo di Amsterdam.
Fino al 2006/2007 il costo del debito è sceso grazie all’euro, tanto che nessuno sapeva cosa fosse lo spread.
Secondo Grillo è un passo obbligato per l’Italia che potrà «svalutare la cara vecchia lira del 40-50%, e anche se ciò non risolverà tutti i problemi economici del Paese, renderà le nostre esportazioni più competitive». In realtà la svalutazione per essere competitivi con la Cina porterebbe a una riduzione del salario di un 60-70%, distruggendo il nostro potere d’acquisto. I prezzi delle materie prime e dei beni di prima necessità costerebbero di più a danno della competitività e c’è il rischio che la lira non venga accettata come moneta di scambio.
Per uscire dall’euro Grillo propone un referendum, già nei 20 punti del programma 5 stelle. A Mirandola il 12 maggio 2013 ha detto: «Noi consideriamo di fare un anno di informazione e poi di indire un referendum per dire sì o no all’Euro e sì o no all’Europa». Ricordiamo che i trattati internazionali non possono essere soggetto di referendum. Almeno secondo l’Articolo 75 della Costituzione.
Ciò premesso, ecco l’elenco delle dichiarazioni. 1 dicembre 2011: ci sono due posizioni opposte sull’euro, entrambe con pari dignità. Occorre referendum in proposito. 26 aprile 2012: L’euro non può essere un tabù. Si deve poter parlare di uscita dall’euro. Primavera 2012: in un’intervista di Sortino a Grillo: «Io sono per valutare una seria proposta di rimanere in Europa ma uscire dall’euro, con il minor danno possibile». Ad altri giornalisti: «90 su 100 ci riprendiamo la lira». 28 giugno 2012: «Io non sono contrario all’euro in principio. Ho detto che bisogna valutare i pro e i contro e se è ancora fattibile mantenerlo. Ma, se usciremo dall’euro, sarà solo a causa del nostro enorme debito pubblico». 27 dicembre 2012: Referendum sulla permanenza nell’euro. 9 febbraio 2013: Grillo ospita nel suo blog un intervento critico sull’euro, a cura del professor Alberto Bagnai. 22 febbraio 2013, a piazza S. Giovanni: «Io non ho mai detto di uscire dall’Europa, io non ho mai detto di togliersi dall’euro. Voglio una consultazione popolare».
«L’85% del debito non è in mano nostra è in mano alle banche! Di cui la metà straniere: francesi, inglesi, tedesche». ha detto Grillo.
In realtà il debito attribuito a soggetti definibili raggiunge solo il 27,3%. A questo va sommata la quota detenuta dalla Banca d’Italia (4%), quindi il debito in mano agli istituti bancari raggiunge il 31,3% mentre la restante somma appartiene a soggetti privati. Le banche straniere detengono solo il 12,3% del nostro debito e non il 50% come sostenuto dal genovese.
E ancora: «Se fallivamo noi ci portavamo dietro la Francia e la Germania quindi tutta l’Europa».
Ma nel 2010 la Francia aveva in pancia il 20.93% del debito pubblico italiano, mentre la Germania solo il 7.78%, per un totale complessivo di 28.71%. Il debito complessivo nel 2010 era pari a 1.841.912 milioni di euro.
«Metà del nostro debito è in mano a banche straniere - 511 miliardi ce l’hanno i francesi, 200 miliardi i tedeschi».
Il dato fornito da Grillo viene smentito dal Bollettino Statistico di Bankitalia. A maggio 2012 il debito in mano a tutti i non residenti ammontava a 690 miliardi, pertanto tedeschi e francesi non potevano avere in pancia 711 miliardi di debito. E questi Paesi non potevano avere il 50% del nostro debito visto che quello complessivo era di 1966 miliardi: quindi potevano avere solo il 35%.
Ieri, mercoledì, la stessa notizia è stata ripresa con cospicuo ritardo dal sito del tabloid inglese Daily Mail. Il Daily Mail produce spesso notizie false o allarmiste di grande traffico – e per questo è usato come frequente fonte dai giornali italiani in cerca di storie ad effetto – ma in questo caso la notizia era vera: solo vecchia, e non c’è niente di male. L’unico problema, si sarebbe visto poi, è che il Daily Mail sceglieva nel titolo un gioco di parole con il nome della app Whatsapp, benché nell’articolo poi non se ne parlasse, se non per dire che Facebook non ha intenzione di unire le due app in una sola. (via “Facebook chiude Whatsapp”, com'è andata | Wittgenstein)