Members of the Norwegian Facebook group “Fedrelandet viktigst” (“Fatherland first”) mistook a photo of an empty bus whose seats had been draped with black covers for a bus full of women in burkhas and went Brevik-bananas, decrying the rampant Islamification of Norway and generally being easily frightened, fragile Aryans.
E poi gli editori dei giornali dicono che il crollo delle vendite è colpa di Internet. Ditemi voi che motivo dovrei avere di pagare per leggere notizie sbagliate.
Secondo me un bel pezzo da leggere. Un pezzo che parte da Facci ma in senso più ampio non è su Facci, ma su tutto il sistema che non funziona proprio benissimo ecco, perché poi in fin dei conti non c’è solo Facci a far cazzate, ma molti altri.
Detto questo annoto che parecchi anni fa, ma nemmeno troppi a dire il vero, io Facci lo leggevo. Non condividevo nemmeno l’ultima virgola di quanto scriveva, ma in tempi andati tra una caduta e l’altra (non è nuovo per nulla a scivoloni) qualche cosa ben scritta l’aveva prodotta. Qua però ha cagato fuori (e no, non è difendibile in questo caso), e non ci azzecca molto la libertà di espressione e di pensiero, ma c’entra, in questo e in molti altri casi, il come e il dove lo scrivi. Perché il come e il dove chiamano per forza di cose in causa anche una certa etica e deontologia, perché il come e il dove determinano anche il chi, il chi ti legge (un lettore o un amico su facebook, ad esempio), e di conseguenza tira in ballo anche il ruolo in cui scrivi quello che scrivi.
Tutto il resto, scusatemi, ma è fuffa.
E certo in ultima analisi Facci non è certo la Fallaci, che pur di cose dure ne aveva scritte in tal senso, tirandosi addosso polemiche su polemiche, ma lo aveva fatto in modo certo un tantino più conforme al dove al come e al chi del caso.
Non che ci volesse un genio a tirare le somme, e del resto che sulla vicenda Blue Whale si fosse pompato a manetta sensazionalismo ingiustificato era più che evidente. Ma se per caso articoli su articoli che spiegavano per bene come la faccenda fosse lievemente gonfiata non fossero bastati, ecco il mea culpa di Matteo Viviani, inviato delle Iene, che nel suo servizio, ammette, ha inserito contenuti video ricevuti da una emittente russa e mai verificati. Una leggerezza che per un programma che ha fatto, in teoria, dello smascherare le altrui mascalzonate il suo cavallo di battaglia è assai grave. In primis perché c’è un pubblico, o almeno una parte di esso, che guarda e che, non essendo in grado di approcciare al media in maniera critica riceve passivo il messaggio (in questo caso falsato) bello e confezionato con i relativi “danni” che ne conseguono. E quali danni lo si è visto nel dibattito che è seguito in queste settimane.
Mortacci loro ora e sempre
A proposito dell’Effetto Werther, qua su tumblr ho visto rebloggare la famosa lista, punto per punto, con il disclaimer finale LA VITA E’ BELLA NON ROVINATELA. Migliaia di reblog viva la vita! e intanto però ecco la lista casomai.
I filmati mostrati da Le Iene sono stati successivamente analizzati dal blogger Andrea Rossi sulla pagina Facebook Alici come prima. Dalle descrizioni in calce ai video originali in realtà viene fuori non solo che alcuni non si riferiscono affatto a suicidi di ragazzini, ma che altri non sono stati nemmeno girati in Russia (bensì in Ucraina e addirittura in Cina). Uno, infine, sarebbe palesemente un fake, come emerge da alcuni tagli grossolani e dai commenti.